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Trump e il Nobel per la pace: perché (davvero) non era cosa

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Official 2025 inaugural portrait of Donald Trump by Daniel Torok. Wiki Public Domain

Ogni anno, quando spunta la lista dei nominati per il Premio Nobel per la Pace, un nome riesce sempre a far discutere: Donald Trump. I suoi sostenitori lo dipingono come il grande negoziatore, l’uomo che ha portato la pace in Medio Oriente. Ma, siamo seri, un’analisi lucida dei suoi mandati presidenziali dipingono un quadro molto diverso, un quadro che stona profondamente con l’eredità di Alfred Nobel. Il Nobel non è un Deal of the Day. Non si vince perché hai stretto la mano a un dittatore o perché hai convinto due sceicchi a fare affari con Israele. Il Nobel è una cosa seria: fraternità tra le nazioni e riduzione degli eserciti!

Il Nobel non è un premio alla popolarità o all’accordo commerciale più redditizio. È un riconoscimento per la fraternità tra le nazioni, per la riduzione degli eserciti e per la promozione della pace.

Vediamo, punto per punto, perché la presidenza Trump è stata l’antitesi di questi ideali.

Trump e il Nobel per la pace: Fraternity between nations vs. America First

Il fulcro della politica estera di Trump è stato lo slogan “America First”. Non un motto di cooperazione, ma di nazionalismo transazionale. La visione di Trump del mondo non è quella di una comunità globale, ma di un’arena dove l’America deve vincere e gli altri, alleati inclusi, sono o clienti o concorrenti.

Questo approccio si è tradotto in azioni concrete che hanno aumentato l’attrito globale, non lo hanno diminuito: si pensi al ritiro dall’accordo di Parigi sul clima che ha segnalato un profondo disprezzo per il consenso scientifico globale e per la più grande sfida cooperativa del nostro tempo, all’abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), nonostante l’accordo funzionasse (secondo gli ispettori internazionali), Trump lo ha stracciato, isolando gli alleati europei e aumentando drasticamente le tensioni nel Golfo Persico, portandoci più volte sull’orlo di un conflitto. Last but not the least le guerre commerciali, l’imposizione di dazi non solo alla Cina, ma anche a partner storici come l’Unione Europea e il Canada, che ha minato la stabilità economica globale in nome di un protezionismo muscolare.

Il Nobel premia chi costruisce ponti; Trump ha passato quattro anni a costruire muri (reali e metaforici) e a ritirarsi da tavoli multilaterali.

I grandi accordi: fuochi d’artificio senza sostanza

“Ma gli Accordi di Abramo!”, dirà qualcuno. Certo, la normalizzazione delle relazioni tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein (seguiti poi da altri) è un fatto storico. Ma un Premio per la Pace? Analizziamoli.

Questi non sono stati accordi di pace nel senso tradizionale: non hanno posto fine a una guerra in corso. Sono stati, in gran parte, accordi transazionali. Gli Emirati hanno ottenuto la (momentanea) sospensione dell’annessione della Cisgiordania e, soprattutto, la via libera all’acquisto di caccia F-35. Il Marocco ha ottenuto il riconoscimento USA della sua sovranità sul Sahara Occidentale.

Il nodo centrale del conflitto, quello israelo-palestinese, non solo non è stato risolto, ma è stato deliberatamente messo ai margini. La pace non può essere un club esclusivo che ignora la questione più spinosa.

E la Corea del Nord? Ricordiamo le grandi strette di mano con Kim Jong Un? Tre incontri, tante belle foto, e il risultato? Zero. La Corea del Nord non ha smantellato il suo programma nucleare. Anzi, ha continuato a sviluppare il suo arsenale. Si è passati dalla retorica del “fuoco e furia” alle “lettere d’amore”, ma la sostanza della minaccia nucleare è rimasta invariata. Pura apparenza, zero disarmo.

L’antitesi del disarmo

Alfred Nobel voleva premiare chi lavorava per la “riduzione degli eserciti permanenti”. La politica di Trump è stata l’esatto opposto con:

  • L’aumento record della spesa militare: ha firmato budget per la difesa tra i più alti della storia americana.
  • La creazione della Space Force: ha fondato una nuova branca delle forze armate, militarizzando di fatto lo spazio.
  • Il ritiro dal trattato INF: ha ritirato gli Stati Uniti dallo storico trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio, riaprendo di fatto una corsa agli armamenti con la Russia.

Queste non sono le azioni di un uomo che cerca di ridurre gli eserciti, ma di uno che crede nella pace attraverso la forza, un concetto che il Comitato per il Nobel ha raramente premiato.

Un leader divisivo in patria non può essere un vero paciere all’estero

Infine, c’è un elefante nella stanza. Si può essere un vero campione della pace nel mondo se si semina attivamente la divisione in casa propria?

La retorica di Trump ha costantemente minato le fondamenta della convivenza civile. Ha definito la stampa nemica del popolo. Ha usato un linguaggio incendiario durante le proteste per la giustizia razziale.

E poi, c’è il capitolo finale, ovvero il rifiuto di accettare il risultato elettorale del 2020. Le sue azioni e la sua retorica hanno alimentato la sfiducia nel processo democratico, culminando nei tragici eventi del 6 gennaio 2021. Un leader che incita i suoi sostenitori contro le istituzioni del proprio paese e che mina una transizione pacifica del potere non può, per definizione, incarnare lo spirito del Premio Nobel per la Pace.

La pace non è solo l’assenza di guerra; è la promozione della stabilità, della democrazia e della cooperazione. Il mandato di Donald Trump è sotto quasi ogni aspetto, un attacco a tutti e tre questi pilastri. Insomma Trump e il Nobel per la pace sono in totale antitesi!