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False recensioni e profili fake: la fine dell’impunità tra sanzioni record e rischi penali

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Capita spesso, quasi fosse un rito moderno della delusione, navigare tra le corsie digitali di un e-commerce alla ricerca della chiave di volta per il proprio futuro — che sia un saggio sul senso dell’esistere o il manuale definitivo per un concorso pubblico — e trovarsi sommersi da un coro di lodi sperticate. Una marea di articoli fotocopia, dove le recensioni negative, spesso le più autentiche e puntuali, vengono asfaltate da un’ondata di entusiasmo sospetto.

È il lato oscuro del mercato digitale, dove il confine tra consiglio amichevole e strategia di marketing si fa talmente sottile da scomparire. Ma dietro questa cortina di fumo, la pubblicità ingannevole si muove con passo felpato, trasformando l’ignaro lettore in una preda commerciale.

Se il libro miracoloso è solo un miraggio

Il fenomeno è particolarmente insidioso nel settore dei concorsi pubblici. Ci imbattiamo in manuali di poche centinaia di pagine, promossi come strumenti miracolosi capaci di garantire il posto fisso senza alcuno sforzo. Spesso, dietro questi volumi, si celano autori indipendenti poco noti legati a case editrici fantasma, o peggio, soggetti che sfruttano regimi fiscali agevolati per occultare volumi d’affari ben più consistenti.

Quando un contenuto sui social — che sia un video su TikTok o una storia su Instagram — esalta un prodotto senza dichiarare esplicitamente il rapporto commerciale con l’editore, siamo nel pieno raggio d’azione della pubblicità ingannevole. Non è solo una questione di etica professionale, ma di diritto: il Codice del Consumo parla chiaro e sanziona ogni pratica che renda opaca la finalità commerciale di un messaggio. Se chi scrive non agisce come un lettore disinteressato ma come un braccio armato del marketing, il patto di fiducia con il pubblico si rompe.

La psicologia del filtro critico e le sentenze del Consiglio di Stato

Perché questa strategia funziona? La risposta risiede in un meccanismo psicologico elementare che i tribunali hanno ormai messo sotto la lente d’ingrandimento. Secondo la recente sentenza n. 2871/2026 del Consiglio di Stato, la pubblicità ingannevole è estremamente efficace perché disarma le nostre difese. Quando sappiamo di trovarci di fronte a uno spot, attiviamo istintivamente un filtro critico; quando invece il messaggio assume le sembianze di un racconto spontaneo, di un ho passato il concorso grazie a questo libro, le nostre barriere cadono.

La giustizia amministrativa ha confermato sanzioni pesantissime, come quella da 160mila euro inflitta dall’Antitrust a società che utilizzavano registri comunicativi ibridi, a metà tra il privato e il professionale, per dissimulare l’intento promozionale. Questa commistione è il cuore della scorrettezza, fingere una parità che non esiste per indurre all’acquisto.

Dai profili fake al reato di sostituzione di persona

Oltre alle sanzioni amministrative, il rischio per i furbetti del web sconfina nel penale. Non molti sanno che la creazione di un profilo fake per postare una recensione — anche se non arreca un danno economico immediato — integra il reato di sostituzione di persona previsto dall’articolo 494 del codice penale. Secondo la Cassazione, basta il semplice vantaggio di nascondere la propria identità per incorrere in una pena detentiva fino a un anno.

La pubblicità ingannevole non è dunque solo un fastidio per il consumatore, ma una violazione sistematica della trasparenza che inquina la filiera editoriale. Per essere legittimo, un contenuto deve essere chiaramente riconoscibile come pubblicitario, il linguaggio non deve simulare imparzialità e ogni legame economico deve emergere con chiarezza solare. Solo così la lettura può tornare a essere quell’atto di libertà e conoscenza che nessuna recensione artefatta potrà mai sostituire.