Il mercato delle lauree telematiche non conosce crisi. Anzi, nel 2025 ha innestato la sesta marcia, trasformando l’istruzione superiore in una macchina da soldi che viaggia a folle velocità. I dati parlano chiaro, un incremento degli iscritti del 51% rispetto all’anno precedente e un fatturato che ha sfondato il muro del mezzo miliardo di euro.
Ma dietro questo luccicante successo numerico si nasconde un’ombra densa, denunciata con forza da Elisabetta Piccolotti (Alleanza Verdi e Sinistra). Non è solo una questione di concorrenza tra pubblico e privato; è una questione di dignità del titolo di studio e di rispetto delle regole.
Esame online e ratifica in sede
I divieti formali del decreto Bernini, che prevedono l’obbligo di svolgere esami in presenza con deroghe previste solo in caso di situazioni temporanee emergenziali e per studenti con disabilità accertata, probabilmente non sono sufficienti perchè il sistema sembra aver trovato il modo di aggirare l’ostacolo. Le segnalazioni che piovono sono quasi tutte sovrapponibili, gli studenti continuano a sostenere l’esame comodamente da casa, online, per poi recarsi fisicamente in sede solo per la firma dello statino. Una ratifica burocratica che trasforma la presenza fisica in un simulacro, svuotando di senso le norme che dovrebbero garantire il rigore della valutazione. La denuncia di Piccolotti descrive una sorta di Far West dove l’ordine è un miraggio e il profitto l’unica bussola. Chi dovrebbe controllare sembra guardare altrove, mentre alcune università telematiche massimizzano i guadagni tagliando drasticamente sulla qualità dell’offerta formativa.
Numeri che non tornano: docenti vs profitti
Se si analizza la struttura di questi atenei, il cortocircuito è evidente. Il rapporto tra numero di docenti e numero di studenti è impietoso se paragonato alle università pubbliche. Pochi professori per una massa critica di iscritti che cresce in modo esponenziale. Come si garantisce la qualità? Semplice, non la si garantisce.
Il metodo didattico sta scivolando pericolosamente verso la standardizzazione totale. Si parla di panieri di domande pronti all’uso, quiz che ricordano più l’esame per la patente di guida che un percorso accademico di alto profilo. Database di domande chiuse che circolano legalmente o sottobanco che trasformano la preparazione universitaria in una sorta di addestramento. Si impara a riconoscere la risposta corretta tra tre opzioni, non a elaborare un pensiero complesso. Questo meccanismo genera una massa di laureati che possiedono il pezzo di carta, ma che spesso mancano delle competenze trasversali e della profondità analitica che solo il modello seminariale e il confronto diretto possono offrire.
In altre parole emerge un sistema che premia la memoria a breve termine e la velocità, non la riflessione critica o la ricerca.
Verso l’estinzione del valore legale del titolo
Il rischio, come sottolineato con preoccupazione dalla Piccolotti, è il declassamento definitivo della laurea italiana. Se il titolo di studio diventa una merce acquistabile in un “mercato dei pezzi di carta”, il suo valore intrinseco è destinato a svanire.
Non si può permettere che la formazione delle future classi dirigenti sia delegata a logiche di puro marketing. La richiesta è una sola, ossia investire nell’università pubblica. È lì che deve risiedere il canale privilegiato e autorevole della formazione. Dobbiamo chiederci che tipo di professionisti vogliamo domani e la risposta determinerà il futuro dell’istruzione superiore nel nostro Paese. Elisabetta Piccolotti ha ragione nel pretendere ordine e controlli serrati. Non si tratta di essere luddisti o contrari alla tecnologia, ma di impedire che il profitto privato divori il diritto a un’istruzione di serie A. Il Ministero deve decidere se l’università deve essere un ascensore sociale o un distributore automatico di titoli di studio.








