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Turismo della morte a Sarajevo: oggi l’interrogatorio all’ottantenne di Pordenone

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Foto di largher da Pixabay

C’è un limite oltre il quale l’essere umano smette di essere tale. Quel limite, a quanto pare, aveva un prezzo, un biglietto aereo e un fucile di precisione. Se pensavate che la storia dei turisti cecchini a Sarajevo fosse solo una leggenda metropolitana nata dal fango della guerra balcanica, preparatevi a cambiare idea.

Turisti cecchini a Sarajevo: l’orrore che torna a galla

Ricordate quando mesi fa si iniziò a palrare di quella pratica oscena? Gente annoiata, borghesi piccoli piccoli che, invece di andare a sciare a Cortina o a crogiolarsi al sole di Rimini, pagavano fior di quattrini per posizionarsi sulle colline che cingevano d’assedio Sarajevo. L’obiettivo? Non un cervo, non un cinghiale. L’obiettivo erano i civili. Donne che andavano a prendere l’acqua, bambini che correvano per strada, anziani che cercavano di sopravvivere. Caccia all’uomo venduta come pacchetto vacanze!

Oggi quella storia agghiacciante ha un nome, un’età e un indirizzo. Un uomo di 80 anni, ex autotrasportatore residente in provincia di Pordenone, è finito nel mirino della giustizia. L’accusa è quella di omicidio volontario continuato.

Un anziano dal passato oscuro

L’indagato verrà interrogato proprio oggi 9 febbraio. Durante la perquisizione nella sua abitazione sono state rinvenute sette armi, regolarmente detenute. Ma non è solo il ferro a parlare; sono le parole. Secondo gli inquirenti, il soggetto si sarebbe vantato con terzi di quelle trasferte nei balcani nel corso degli anni Novanta, descrivendole come una sorta di safari antropomorfo.

Provate a visualizzarlo, questo ottantenne. Probabilmente è un uomo che oggi vive una quotidianità specchiata. Immaginatelo a tavola con la famiglia, mentre accarezza la testa di un nipote o scambia battute cordiali con i vicini di casa. È questo il dettaglio che rende la vicenda sommamente ripugnante, la banalità del male che si nasconde dietro un grembiule da nonno o una pensione tranquilla. Se le accuse fossero confermate, ci troveremmo davanti a un individuo che ha vissuto decenni portandosi dentro il ricordo di aver premuto il grilletto contro un innocente per puro, sadico divertimento.

Un’indagine necessaria contro l’oblio

La Procura di Milano sta scavando in un passato che molti avrebbero voluto dimenticare. Non si tratta solo di perseguire un reato, ma di affrontare un orrore ontologico che mette a nudo l’abisso in cui può sprofondare il genere umano quando l’empatia viene sostituita dal delirio di onnipotenza. L’inchiesta punta a identificare altri membri di questo macabro “club” di tiratori. Si cerca di ricostruire la rete logistica che permetteva a questi criminali di raggiungere le postazioni serbe. Si vuole dare, finalmente, un nome e una dignità alle vittime di questo gioco al massacro.

Non esistono parole sufficienti per descrivere l’oscenità di chi trasforma il dolore di un popolo in un passatempo domenicale. Sarajevo è stata una ferita aperta nel cuore dell’Europa e scoprire che, mentre la città moriva sotto le bombe, c’era chi scattava foto e mirava al cuore per svago, ci costringe a chiederci quanto sia sottile il velo di civiltà che ci avvolge.

La giustizia arriva tardi, forse. Ma arriva per ricordarci che il sangue versato non scivola mai via del tutto, nemmeno dopo trent’anni di silenzi e ipocrisia.