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Saviano: la Sardegna gronda crimine? Una riflessione

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Le parole sono pietre, titolava Carlo Levi. Ma quando a lanciarle è Roberto Saviano, le pietre diventano macigni che si schiantano sulla coscienza collettiva. Posto che a noi sardi non piace che un continentale osi parlare in negativo di qualcosa che ci riguarda da vicino, noi lo sappiamo bene quanto sia radicato il crimine nella nostra terra, ma non ci piace che venga uno di fuori a dirci come stanno le cose.

Dire che la Sardegna “gronda crimine” o associare l’Isola a una dinamica perennemente criminosa ha scatenato l’inferno sui social. 

L’orgoglio sardo si è levato sugli scudi, ferito e indignato

Perchè non pensa a quello che fanno a casa sua? Vi dirò che Saviano lo ha già fatto abbondantemente e anzi ha rischiato e rischia la vita proprio per questo.

Proviamo però a lasciare da parte il campanilismo e il giusto orgoglio che tutti noi sardi ci teniamo ben stretto. Proviamo a liberarci di ogni preconcetto come farebbe un antropologo o un sociologo che deve osservare una società, in modo da poter guardare anche nell’abisso e comprendere a fondo le parole di Roberto Saviano, a mio avviso ingiustamente crocifisso da migliaia di sardi.

Perché quella frase, per quanto brutale e forse generalista, tocca un nervo scoperto. 

La Sardegna non è geneticamente criminale, ma è stata resa tale dalla storia. È un’isola che gronda crimine non per vocazione, ma per disperazione e adattamento a secoli di Stato assente o predatore.

Per capire perché la cronaca nera sarda sia così peculiare, dobbiamo tornare a quando la legge non era uguale per tutti, ma era merce di scambio.

Oltre il mito del buon selvaggio

Non possiamo parlare di questo senza citare un testo a mio avviso piuttosto autorevole sull’argomento: “Sardegna Criminale” di Giovanni Ricci. Ricci, dati alla mano e con la precisione di un chirurgo, ci sbatte in faccia una realtà scomoda, ovvero che la criminalità in Sardegna non è un incidente di percorso, ma una costante strutturale.

Ricci ci fa comprendere che per secoli il crimine è stato una sorta ammortizzatore sociale. In una terra dove le risorse erano scarse e la giustizia ufficiale era un mostro burocratico lontano e costoso, il banditismo, la vendetta e il furto di bestiame non erano solo reati. Erano strumenti di sopravvivenza e, paradossalmente, di regolazione sociale. La balentia non era solo machismo fine a sé stesso; era la risposta di una società che doveva farsi giustizia da sola perché nessuno la garantiva.

L’eredità del periodo iberico

Se vogliamo trovare il paziente zero di questa infezione, dobbiamo guardare alla Corona d’Aragona. I secoli della dominazione spagnola hanno forgiato l’architettura mentale del crimine sardo. Gli spagnoli non portarono solo la lingua o l’architettura gotico-catalana; portarono un sistema feudale corrotto fino al midollo.

Sotto gli Aragonesi e poi gli Spagnoli, la Sardegna divenne terra di conquista per baroni assenteisti. La giustizia non serviva a punire i colpevoli, ma a rimpinguare le casse dello Stato. Esistevano pregoni e proclami che venivano sistematicamente ignorati o aggirati pagando.

È qui che nasce la diffidenza atavica del sardo verso lo Stato. Se il giudice è un funzionario corrotto che vende la sentenza al miglior offerente, il pastore non ha altra scelta che imbracciare il fucile. È in questo periodo che si consolida l’idea che l’unica legge valida fosse quella della consuetudine, non scritta ma implacabile. Gli spagnoli hanno insegnato ai sardi una lezione terribile, ovvero lo Stato è il nemico. E contro il nemico, ogni azione è lecita.

I viceré sabaudi e il disastro della perfetta fusione

Poi arrivarono i Piemontesi. Se gli spagnoli erano corrotti, i sabaudi furono spesso anche ottusi e arroganti, trattarono l’Isola non come una parte del regno, ma come miniera e colonia penale a cielo aperto. La figura dei viceré sabaudi è emblematica di questo scollamento totale tra istituzioni e popolo.

Arrivavano dal Piemonte con le loro parrucche incipriate e i loro codici giuridici perfetti (ma solo sulla carta), pretendevano di applicare le loro leggi su un territorio e una popolazione che neanche conoscevano bene. Il risultato fu catastrofico. Fino all’introduzione della proprietà privata rigida (pensiamo al famoso Editto delle Chiudende) che in una terra che viveva di uso civico e terre comuni fu la benzina sul fuoco.

I viceré risposero al malcontento con una violenta repressione che non fece altro che saldare il legame tra la popolazione e i fuorilegge. Il bandito non era visto come un criminale, ma come un resistente. Un eroe popolare che sfidava l’invasore. Ed attraverso questa visione romantica che forse si tende ancora oggi a classificare la figura del bandito.

In questo contesto, la trazione criminale di cui si parla diventa una forma di resistenza politica inconsapevole. La criminalità divenne l’unico linguaggio possibile tra un popolo affamato e un governo sordo.

La comunità come bancomat dei viceré

Il concetto era brutale nella sua semplicità, il crimine non era visto come un’offesa alla morale o alla sicurezza pubblica, ma come un danno alle casse dell’erario. Se un crimine restava impunito, il Re perdeva i soldi della sanzione. E questo, per la logica predatoria dei dominatori, era inaccettabile.

Durante la dominazione spagnola, e ancor più sotto quella sabauda, vigeva la regola non scritta (e spesso scritta nei Pregoni) che il villaggio fosse responsabile in solido per i reati commessi nel suo territorio se l’autore restava ignoto.

Il ragionamento delle autorità era cinico, se colpiamo tutti, la comunità sarà costretta a parlare, a consegnarci il colpevole per evitare di pagare. Credevano di incentivare la collaborazione. Invece, ottennero l’effetto opposto, crearono il muro del silenzio, diedero vita all’omertà.

Mettetevi nei panni di un pastore del 1700. Se denunciate il bandito, rischiate la sua vendetta (perché lo Stato non è che vi protegge). Se non lo denunciate, lo Stato vi sanziona. Ma c’è una terza via, la più logica, fare in modo che il crimine non esista. O meglio, che lo Stato non ne venga mai a sapere nulla.

Nasce così l’occultamento sistematico. Facendo un esempio pratico, se si trovava un cadavere, la priorità della comunità non era cercare giustizia, ma farlo sparire. Se il corpo veniva trovato dalle autorità, scattava la sanzione collettiva. Se il corpo spariva, il problema non esisteva.

Questo meccanismo trasformò la solidarietà di villaggio in una complicità forzata. Non si taceva per proteggere l’assassino; si taceva per proteggere il pane dei propri figli dalle grinfie di un invasore ingiusto. Il popolo si univa contro la legge perché la legge era un predatore cieco.

L’effetto devastante sul tessuto sociale

La responsabilità collettiva distrusse il concetto di responsabilità individuale, che è la base di ogni democrazia moderna. Quando punisci un innocente per le colpe di un altro, ottieni due risultati certi. Legittimi il criminale e il bandito non è più colui che ha fatto il danno, ma è solo una sfortunata causa naturale, come una grandinata. Il vero nemico diventa l’esattore o il giudice che pretende il pagamento. Crei coesione nell’illegalità e l’intera comunità si sente vittima di un sopruso esterno e si chiude a riccio. Il villaggio diventa una fortezza impenetrabile allo Stato.

I Savoia, con la loro ossessione per l’ordine e la cassa, esasperarono questo sistema. I loro funzionari arrivavano nei paesi non per indagare, ma per riscuotere. E la Sardegna rispose nell’unico modo possibile, con le consuetudini che andarono a generare il codice barbaricino, un codice non scritto, una giustizia parallela, rapida e crudele, ma che almeno non prevedeva che l’innocente pagasse per il colpevole agli occhi di un re straniero.

Perché gronda ancora oggi?

Saviano usa un verbo al presente: gronda. Perché questa ferita non si è chiusa? Perché le dinamiche si sono trasformate, ma la radice è rimasta. La criminalità sarda moderna, quella dei sequestri prima e del traffico di droga o degli assalti ai portavalori oggi, è figlia di quella storia.

È la conseguenza di un vuoto. Laddove lo Stato non crea lavoro, non crea infrastrutture e non garantisce diritti, quel vuoto viene riempito dall’antistato. La Sardegna è stata addestrata per secoli a diffidare della legge scritta, a rifugiarsi nell’omertà e nella legge del sangue.

Non si tratta di giustificare la violenza, questo mai! Si tratta di capire la genesi del comportamento criminoso. La Sardegna “gronda crimine” non perché i sardi siano cattivi, ma perché la storia dell’Isola è stata un lungo, ininterrotto addestramento alla sopravvivenza in ambiente ostile, dove le istituzioni (aragonesi e iberiche prima, sabaude poi) sono state spesso le prime a commettere crimini contro la popolazione.

Ecco perché, quando si parla di criminalità in Sardegna, bisogna andarci cauti con i giudizi morali. Quello che oggi chiamiamo omertà, trecento anni fa era l’unico modo per non morire di fame a causa dei soprusi vicereali.

Finché non faremo i conti con questo passato, con il retaggio che ci portiamo dietro, continueremo a fraintendere le parole di Saviano e a insultarlo invece di chiederci come risanare una società che ha imparato a difendersi da sola con l’omertà.